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Cloud nella PA: a che punto è la migrazione e cosa resta da fare


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La migrazione al cloud è uno dei pilastri della trasformazione digitale della pubblica amministrazione italiana. Per anni i servizi degli enti hanno girato su migliaia di piccoli data center, spesso obsoleti, poco sicuri e costosi da mantenere.

Pubblicato il 27 ott 2026

Aldo Baglio

Giornalista



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La migrazione al cloud è uno dei pilastri della trasformazione digitale della pubblica amministrazione italiana. Per anni i servizi degli enti hanno girato su migliaia di piccoli data center, spesso obsoleti, poco sicuri e costosi da mantenere. La Strategia Cloud Italia ha fissato l’obiettivo di portare in cloud la maggior parte dei servizi pubblici, con le risorse del PNRR a sostenere gli enti.

Il percorso si basa sulla classificazione di dati e servizi in tre livelli, ordinari, critici e strategici, in base al danno che una loro compromissione potrebbe causare al Paese. Da questa classificazione dipende dove i dati possono essere ospitati e con quali garanzie.

Il Polo Strategico Nazionale

Per i dati critici e strategici è nato il Polo Strategico Nazionale, un’infrastruttura distribuita su più data center in Italia, gestita da una società a partecipazione pubblica e privata. Le amministrazioni centrali e le aziende sanitarie sono tra i primi enti chiamati a migrare, scegliendo tra soluzioni di housing, hosting e servizi cloud qualificati.

I comuni e i servizi qualificati

Per i comuni e gli enti locali la strada principale passa invece dai fornitori di servizi cloud qualificati dall’Agenzia per la cybersicurezza nazionale. Gli avvisi del PNRR hanno finanziato migliaia di migrazioni, ma per molti enti piccoli la difficoltà resta la mancanza di personale tecnico in grado di gestire contratti, configurazioni e sicurezza.

Sovranità dei dati e dipendenza dai fornitori

Il tema più delicato è la sovranità digitale. Gran parte delle tecnologie cloud è offerta da grandi operatori extraeuropei, e le norme sulla localizzazione dei dati non eliminano del tutto il rischio di accessi da parte di autorità straniere. A livello europeo se ne discute anche con lo schema di certificazione per i servizi cloud dell’ENISA e con i progetti di infrastrutture federate.

C’è poi il rischio del lock-in: una volta migrati, cambiare fornitore può essere complesso e costoso. Per questo la portabilità dei dati e l’uso di standard aperti dovrebbero entrare nei contratti fin dall’inizio, insieme a una valutazione realistica dei costi di gestione nel lungo periodo.

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