Sovranità digitale non è più uno slogan politico. È diventata una variabile strategica che condiziona investimenti, partnership e modelli di open innovation. L’intelligenza artificiale, fino a pochi anni fa considerata il paradigma più globale dell’innovazione tecnologica, oggi è attraversata da fratture normative e tensioni geopolitiche che rendono impossibile un approccio uniforme su scala mondiale.
FAQ: geopolitica
Qual è l’impatto dell’intelligenza artificiale sulla geopolitica globale?
L’intelligenza artificiale sta ridisegnando profondamente gli equilibri geopolitici globali, creando una nuova gerarchia di potere tra nazioni. Secondo il World Economic Forum, l’AI viene oggi definita una «tecnologia di uso generale» destinata a trasformare radicalmente il nostro secolo, ma questa corsa all’innovazione avviene in un terreno privo di arbitri internazionali. Il Fondo Monetario Internazionale ha sviluppato un indice di preparazione all’AI che divide il mondo in tre categorie: paesi che «fanno accadere» l’AI, quelli che «guardano» accaderla e coloro che ancora ignorano la portata del cambiamento. Attualmente, ai vertici di questa classifica si posizionano Stati Uniti, Danimarca e Singapore, mentre la Cina, pur possedendo capacità estremamente potenti, presenta una complessità dimensionale che rallenta la sua scalata. Il rischio principale è quello che viene definito la «fisarmonica delle opportunità»: una divergenza sempre più profonda dove i paesi avanzati accelerano, mentre le nazioni a basso reddito restano pericolosamente indietro.
Come sta l’India posizionandosi nella geopolitica dell’intelligenza artificiale?
L’India si sta affermando come un leader emergente nella geopolitica dell’AI, proponendosi come guida del Sud Globale. Durante l’AI Impact Summit 2026, Nuova Delhi ha articolato una strategia ambiziosa per ridefinire il proprio ruolo nel sistema internazionale, promuovendo una nuova architettura multipolare della cooperazione digitale. L’India ha implementato una partnership pubblico-privata che mette a disposizione della popolazione 38.000 GPU, offrendo potenza di calcolo a un terzo del costo rispetto ad altri mercati internazionali. La strategia indiana si articola su un’architettura a cinque livelli che comprende applicazioni, modelli, chip, infrastruttura ed energia, con un approccio che si concentra sull’efficienza economica piuttosto che sulla rincorsa a modelli di linguaggio massivi. Il Ministro dell’Elettronica e dell’IT, Ashwini Vaishnaw, sostiene che “Il ROI non deriva dalla creazione di un modello molto grande. Il 95% del lavoro può avvenire con modelli da 20 o 50 miliardi di parametri”. Questo modello mira a formare oltre 10 milioni di persone nelle competenze legate all’AI, puntando sulla diffusione capillare piuttosto che sul controllo centralizzato.
Quali sono le strategie dell’Arabia Saudita nella geopolitica dell’AI?
L’Arabia Saudita rappresenta un caso studio di come una nazione produttrice di energia possa trasformarsi in un hub tecnologico nella geopolitica dell’AI. Il Ministro dell’Investimento del Regno, Khalid Al-Falih, ha evidenziato come l’AI sia il pilastro fondamentale della Vision 2030, il piano di diversificazione economica lanciato per ridurre la dipendenza dagli idrocarburi. Il Regno sta investendo nell’intera catena del valore, dalla produzione di server per data center allo sviluppo di modelli linguistici sovrani in lingua araba, come quelli gestiti dalla Saudi Data and AI Authority (SDAIA). La priorità è proteggere la «sovranità dei dati» e garantire che l’AI rifletta i valori culturali locali, evitando i pregiudizi spesso presenti nei dataset occidentali. Al-Falih ha sottolineato l’importanza dell’opzionalità geopolitica: l’Arabia Saudita investe sia in tecnologie statunitensi che cinesi, giapponesi o coreane, affermando che “siamo i padroni del nostro destino e non lo lasceremo andare”.
Quale impatto ha l’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro globale?
L’impatto dell’intelligenza artificiale sull’occupazione è descritto dal FMI come uno «tsunami che colpisce il mercato del lavoro». I dati indicano che mediamente il 40% dei posti di lavoro a livello globale sarà toccato dall’AI, una percentuale che sale drammaticamente al 60% nelle economie avanzate, mentre si attesta intorno al 26% nei paesi a basso reddito. Le analisi condotte negli Stati Uniti rivelano un cambiamento qualitativo della domanda: un annuncio di lavoro su dieci richiede oggi almeno una competenza legata all’AI che non esisteva in precedenza. Questo genera una dinamica salariale polarizzata, con i giovani che entrano per la prima volta nel mercato del lavoro come i soggetti più vulnerabili. Kristalina Georgieva, direttrice del FMI, avverte che la preparazione non è ancora sufficiente, nemmeno nei paesi più avanzati, e che l’educazione deve virare verso la capacità di “imparare a imparare e adattarsi” piuttosto che focalizzarsi su abilità tecniche statiche.
Quali sono le sfide infrastrutturali dei data center nella geopolitica dell’AI?
Un aspetto spesso trascurato della geopolitica dell’AI riguarda la dimensione fisica della tecnologia: i data center. Brad Smith, Vice-Presidente e Presidente di Microsoft, ha evidenziato una crescente tensione tra ambizioni globali e realtà locali. Solo nel terzo trimestre dell’anno precedente, le comunità locali negli Stati Uniti hanno bloccato investimenti privati per 98 miliardi di dollari destinati ai data center. Le preoccupazioni dei cittadini riguardano l’accessibilità economica dell’energia elettrica, il consumo idrico e l’effettivo ritorno occupazionale locale una volta terminata la fase di costruzione. Smith paragona l’attuale sfida infrastrutturale a quella delle ferrovie in epoca coloniale, sottolineando un divario critico: mentre nel Nord del mondo l’AI è utilizzata dal 25% della popolazione, nel Sud del mondo la quota scende al 14%. Per colmare questo gap, è necessaria una visione che vada oltre il semplice profitto aziendale. I data center moderni sono strutture industriali massicce che possono consumare da cinquanta a centocinquanta megawatt di energia elettrica, una quantità equivalente al consumo di una città, e costare tra duecento cinquanta milioni e qualche miliardo di dollari per essere costruiti.
Come sta evolvendo l’approccio alla regolamentazione dell’AI a livello globale?
Il dibattito sulla regolamentazione dell’AI si sta spostando verso un approccio che l’India definisce «techno-legal». Secondo il Ministro Vaishnaw, non è più sufficiente approvare leggi, ma è necessario sviluppare strumenti tecnici per contrastare bias e deepfake con una precisione tale da poter essere verificata in sede giudiziaria. Sul fronte della sicurezza, l’AI si utilizza già come un «cyber shield» (scudo informatico) per proteggere nazioni e infrastrutture critiche da attacchi sempre più sofisticati che sfruttano la stessa tecnologia come arma. Brad Smith avverte che l’urgenza di una governance internazionale coordinata è massima, ma l’impegno attuale delle grandi potenze rimane insufficiente, descrivendo la situazione con un preoccupante «cinque su dieci» nella scala di impegno internazionale. La capacità dei governi di investire nelle competenze e di creare quadri normativi flessibili sarà quindi il fattore determinante per stabilire chi guiderà la prossima fase dell’ordine mondiale e chi, invece, rimarrà ai margini di una rivoluzione che non concede tempi di attesa.
Quali sono i rischi per l’Europa e l’Italia nella geopolitica dell’AI?
L’Europa e l’Italia rischiano di rimanere indietro nella corsa tecnologica dell’AI. Gli investimenti europei in nuove tecnologie sono stati inferiori rispetto a quelli di USA e Cina, che dominano il settore grazie a un accesso massiccio ai dati e a una forte capacità di innovazione. In particolare, l’Italia soffre di una mancanza di investimenti mirati e di un ecosistema tecnologico frammentato, che non riesce a sfruttare appieno il potenziale dell’AI. Se non si interviene prontamente, queste carenze potrebbero ampliare il divario economico con i paesi più avanzati, limitando la competitività e l’innovazione del continente. L’Unione Europea ha sviluppato un quadro normativo avanzato (AI Act, Data Act, Digital Services Act), ma resta indietro nella creazione di grandi piattaforme AI e nella filiera dei semiconduttori. La crescente cooperazione USA-India e la competizione cinese potrebbero relegare l’Europa a un ruolo di regolatore senza campioni industriali globali, a meno di un rafforzamento delle politiche industriali digitali.
Come si sta ridefinendo il potere geopolitico attraverso il controllo di Internet?
Internet sta ridefinendo profondamente le gerarchie del potere globale. Oltre il 95% delle comunicazioni online si muove attraverso un complesso sistema di cavi e infrastrutture fisiche, rendendo la Rete molto più materiale di quanto immaginiamo. Il vecchio adagio “Chi controlla i mari, controlla il mondo” può oggi essere riconvertito in “Chi controlla Internet, controlla il mondo”. La nuova geografia digitale modifica radicalmente quella tradizionale, mettendo in discussione i concetti cardine di centro e periferia: oggi i gangli vitali dell’economia, della finanza e della politica mondiale risiedono dove le connessioni sono più avanzate, mentre diventano periferie i territori ai confini delle infrastrutture di Internet. Secondo la Banca mondiale, l’economia digitale vale oltre il 15% dell’intero PIL globale e negli ultimi quindici anni è cresciuta a un tasso due volte e mezzo superiore a quello del PIL. Le persone connesse a Internet superano i 5 miliardi e in alcuni paesi la penetrazione della Rete è ormai al 99%. Dopo terra, mare, cielo e spazio, oggi si è affermata una nuova dimensione geopolitica: la sfera digitale, e la competizione internazionale per il suo dominio è solo agli inizi.
Qual è il ruolo dell’Italia nella diplomazia tecnologica con l’Africa?
L’Italia sta emergendo come attore ponte nella diplomazia tecnologica con l’Africa, in particolare attraverso iniziative in Kenya e nel Nord Africa, in coerenza con le direttrici del Piano Mattei. Durante l’AI Impact Summit 2026, India, Italia e Kenya hanno dichiarato l’avvio di un progetto di collaborazione tecnologica per la diffusione dell’AI nel Sud Globale. In Kenya, l’Italia è coinvolta nel progetto Konza Technopolis attraverso imprese, istituzioni e programmi di cooperazione allo sviluppo. Le aziende italiane operano nei settori delle infrastrutture digitali, dell’energia, delle smart cities e della formazione tecnica, mentre la diplomazia italiana sostiene Konza come parte di una strategia più ampia di partenariato tecnologico con l’Africa orientale. Un elemento centrale della presenza italiana in Kenya riguarda la formazione delle competenze digitali, oggi catalizzata dal Piano Mattei per l’Africa. L’Italia non si limita alla fornitura di infrastrutture, ma promuove un partenariato paritario attraverso il nuovo AI Hub for Sustainable Development, lanciato durante la presidenza italiana del G7. Parallelamente, l’Italia ha intensificato la propria presenza tecnologica nel Nord Africa, sostenendo ecosistemi startup e programmi di trasformazione digitale in Tunisia, Marocco, Egitto e Algeria.
Quali sono le implicazioni della geopolitica dei dati per le aziende?
La sovranità dei dati ha trasformato il cloud computing in un campo di battaglia geopolitico con significative implicazioni economiche per le aziende. I provider ora applicano maggiorazioni del 30-40% per servizi sovrani europei, creando un mercato a due livelli dove la protezione diventa un privilegio costoso. Fino a qualche anno fa, scegliere un provider cloud era una questione puramente tecnica ed economica, ma oggi le considerazioni geopolitiche sono diventate centrali. Le aziende devono affrontare costi più elevati per garantire che i loro dati siano conservati e processati in conformità con le normative sulla sovranità digitale, specialmente in Europa dove il quadro regolatorio è più stringente. Questo crea una disparità competitiva, con le imprese che devono bilanciare esigenze di compliance, costi e accesso a tecnologie avanzate in un contesto dove le tensioni geopolitiche influenzano direttamente le strategie IT.
Come sta evolvendo il settore spaziale europeo nel contesto geopolitico globale?
Il mercato spaziale globale si sta ridisegnando intorno alle costellazioni in orbita bassa, con importanti implicazioni geopolitiche. USA e Cina hanno già i loro campioni industriali, capaci di produrre costellazioni a ritmo serrato e a costi decrescenti. L’Europa, fino a oggi in ritardo, sta cercando di cambiare passo con la fusione tra Airbus, Thales e Leonardo, che mira a creare una nuova società unica denominata Bromo entro il 2027. L’obiettivo è raggiungere la scala necessaria per competere a livello globale. Il mercato GEO, quello dei grandi satelliti geostazionari, non riesce più a garantire i volumi di prima, mentre cresce la domanda di servizi “dual use” come comunicazioni protette, osservazione della Terra e allerta precoce. Per l’Italia, il nodo cruciale è rappresentato da Thales Alenia Space Italia, che opera su quattro siti (Roma, Torino, L’Aquila e Milano) con circa 2.800 addetti. Bromo potrebbe portare tre opportunità immediate: accesso a un portafoglio più ampio, spinta alla fabbrica digitale e integrazione con i servizi. Tuttavia, esistono anche rischi come la sovrapposizione di competenze, la complessità della governance a tre e la possibile compressione delle nicchie di eccellenza italiana.
Qual è l’importanza del riciclo delle terre rare nella geopolitica globale?
Il riciclo delle terre rare sta emergendo come una delle priorità industriali più urgenti per le economie occidentali, con profonde implicazioni geopolitiche. Attualmente meno dell’1% viene recuperato dai rifiuti elettronici, ma investimenti miliardari da startup, Big Tech e governi stanno trasformando la filiera per ridurre la dipendenza dalla Cina. Recuperare questi elementi critici dai dispositivi elettronici dismessi non è più solo una questione ambientale, ma una scelta strategica che coinvolge Stati, grandi aziende tecnologiche e capitali privati. Le terre rare sono componenti essenziali per tecnologie avanzate come veicoli elettrici, turbine eoliche, dispositivi elettronici e sistemi di difesa, e la loro disponibilità è diventata una questione di sicurezza nazionale per molti paesi occidentali che cercano di ridurre la loro dipendenza dalle forniture cinesi, che attualmente dominano il mercato globale.
Quali sono le principali minacce di cybersecurity legate alla geopolitica per il 2026?
Nel contesto geopolitico attuale, le minacce di cybersecurity per il 2026 sono strettamente legate alle tensioni internazionali. Secondo l’analisi Clusit, nel primo semestre 2025 l’Italia è stata bersaglio di circa il 10% degli attacchi gravi noti a livello mondiale, un quadro simile all’anno precedente. L’Italia vede sostanzialmente due categorie di casi gravi: il cybercrime puro (attacchi mirati a fare soldi), che pesa poco meno del 50% dei casi, e l’attivismo, che rappresenta tutti i rimanenti casi (54%). Quest’ultimo dato rappresenta un’anomalia rispetto al panorama mondiale, dove gli attacchi motivati da cybercrime puro costituiscono l’87% dei casi. La maggiore esposizione dell’Italia all’attivismo, in larga parte riconducibile al conflitto Russia-Ucraina, potrebbe essere dovuta a una maggiore debolezza intrinseca delle infrastrutture attaccate. Un altro elemento di preoccupazione è il rapporto tra PIL e incidenti: in Italia si verifica un incidente grave ogni 6,4 miliardi di dollari di PIL, mentre a livello europeo e americano questo dato quasi triplica e quadruplica, suggerendo una correlazione tra la minore spesa italiana in cybersecurity (0,12% del PIL contro lo 0,3% di Europa e USA) e la maggiore vulnerabilità del Paese.
















