Digitale e sostenibilità 2026: lo spirito del tempo premia l’innovazione tecnologica e penalizza la sustainability
Se si deve riassumere in poche parole l’ampia e approfondita analisi dell’Osservatorio Digital & Sustainable del Politecnico di Milano sul rapporto tra innovazione digitale e sostenibilità si deve dire che “il digitale accelera e conferma la sua tendenza allo sviluppo, mentre (purtroppo) la sostenibilità rallenta“. Purtroppo (lo ripetiamo noi) è lo spirito del tempo, non certo favorevole alle politiche climatiche . Uno spirito spesso animato da una scarsa disponibilità nel prestare ascolto anche alla voce della scienza. E in questa fase storica, ad entrare in crisi è, inevitabilmente, il concetto stesso di Twin Transition o Transizioni Gemelle,. Se si slega lo sviluppo del digitale, che prosegue la sua espansione ,dallo sviluppo della trasformazione sostenibile che (quando va bene) rallenta, le due transizioni rischiano lo scollamento.
Il digitale continua a rafforzarsi, anche nelle infrastrutture normative, la sostenibilità, al contrario, è alle prese con una spinta disordinata alla semplificazione
Senza necessariamente richiamare i tanti interventi che negli USA e in altre parti del pianeta stanno smantellando le politiche climatiche, è in questa fase sufficiente osservare lo scenario europeo, e prestare ascolto all’analisi dell’Osservatorio Digital & Sustainable del Politecnico di Milano quando ricorda che nel 2025 la Commissione Europea ha promosso 14 iniziative, legislative o strategiche, su innovazione digitale o sostenibilità. Una politica che conferma l’impegno sul lato del digitale dove proseguono i lavori per rafforzare l’ecosistema tecnologico, al contrario, sui temi ESG l’impegno diretto a semplificare il quadro normativo segna alcuni passi indietro in termini di coinvolgimento delle imprese e di tutela del consumatore. (Si legga a questo riguardo i servizi su Pacchetto Omnibus UE e CSRD n.d.r.)
A una buona maturità su digitale e sostenibilità corrisponde ancora una scarsa collaborazione
A un primo sguardo ai dati su come si stanno muovendo le aziende italiane appare evidente il buon livello di maturità espresso sia nell’adozione delle tecnologie digitali che nell’integrazione dei principi di sostenibilità nel business. Una quota importante peri al 78% investe intensamente sia in digitale sia in sostenibilità. Molto bene, ma se si guarda sotto la superficie di questo dato si nota che sono ancora poche le imprese che affrontano in modo sinergico i due elementi: il 64% delle imprese utilizza il digitale per raggiungere obiettivi ambientali, sociali e di governance; mentre si ferma al 42% la quota di imprese che si lascia guidare dalla sostenibilità nelle scelte tecnologiche.
E se va letto positivamente il fatto che due aziende su tre si siano dotate di un responsabile per la gestione dell’innovazione digitale e di un responsabile della sostenibilità, è meno confortante osservare che l’integrazione tra queste figure è ancora molto debole, considerando che appena il 6% delle aziende dichiara di avere un profilo dedicato alla sinergia tra digitale e sostenibilità.
Digitale e sostenibilità 2026: è il momento di affrontare la complessità intrinseca delle transizioni ambientale, sociale e digitale
Se il primo messaggio chiave dell’Osservatorio Digital & Sustainable 2026, è nella diversa velocità con cui marciano digitale e sostenibilità, il secondo suona quasi come un monito e dice che è venuto il tempo di superare il conformismo che caratterizza questa fase storica per affrontare e abbracciare la complessità intrinseca delle transizioni ambientale, sociale e digitale.
Il 63% delle imprese ha un piano di azione ESG
La ricerca, che è stata condotta su un campione di circa 70 imprese italiane, rivela che il 63%delle aziende possiede un piano d’azione ESG e il 60% ha predisposto un disegno di trasformazione digitale, con il supporto diretto dei vertici in oltre 9 casi su 10. Nonostante questa rilevanza strategica (leggi a questo proposito anche i risultati della ricerca sul rapporto tra sostenibilità e business n.d.r.), emerge una criticità organizzativa: solo il 6% delle imprese ha nominato, come già evidenziato, un responsabile dedicato specificamente alla sinergia tra le due aree.
Un segnale positivo in termini dicrescita di sensibilità verso i temi della sostenibilità
Dall’analisi che porta l’attenzione verso i cittadini emerge il segnale positivo di una crescente sensibilità: l’81% considera la sostenibilità cruciale per il futuro, sebbene le azioni concrete restino spesso limitate a pratiche basilari come la raccolta differenziata (56%). Inizia poi a prendere corpo la consapevolezza relativa all’impatto ambientale dell’Intelligenza Artificiale Generativa: anche sulla base di dati che mostrano concretamente l’impatto dell’uso “personale” della Generative AI.
L’Europa rafforza il digitale e semplifica la sostenibilità
Nel contesto europeo, come già accennato, a fronte di una spinta decisa verso un ecosistema digitale integrato, si registra un rallentamento normativo sulla sostenibilità attraverso iniziative di “snellimento” come nel caso del pacchetto Omnibus I.
Startup sempre più attente alla sfera sociale
Le startup analizzate (oltre 1.000 realtà) confermano questa dinamica, concentrando il 59% dei propri impatti sulla sfera sociale, con una forte specializzazione nel settore salute. Dal punto di vista gestionale la sfida cruciale del 2026 sarà quella di passare a una sostenibilità con obiettivi più ambiziosi, utilizzando il digitale come leva per disintermediare la difficile relazione tra profittabilità e impatto sociale. Senza immaginazione e creatività supportate da un purpose aziendale solido, la sostenibilità rischia di rimanere una pratica solo reattiva.
Complessità come segno
Alessandro Perego, Direttore Scientifico degli Osservatori Digital Innovation e Vicerettore allo Sviluppo Sostenibile del Politecnico, aprendo i lavori del convegno ha invitato a soffermarsi sulla distinzione tra “complicazione” e “complessità”.
Complessità vs Complicazione: una sfida culturale che diventa ambientale
Secondo Perego, la complicazione (dal latino cum-plicare) è un tema che può essere spiegato e semplificato, ad esempio, nel caso della sostenibilità, attraverso la normativa o attraverso azioni che permettano di conoscere in modo chiaro e preciso cosa sta avvenendo, ad esempio rispettando la scienza. La complessità, invece, deriva da cum-plectere (intrecciare insieme) e rappresenta un fenomeno intrinsecamente interconnesso che non può essere frammentato senza perdere il senso del tutto.
In questo senso le “transizioni gemelle” (digitale e green) dovrebbero essere considerate alla stregua di “quattro fratelli e sorelle” ovvero: ambiente, sociale, competitività e digitale.
E oggi più che mai la vera sfida per i manager delle organizzazioni e delle imprese è quella di accettare di governare le loro realtà in un contesto che vive in questa complessità.
Per quali ragioni la sostenibilità sta passando in secondo piano
Nell’esposizione della sua analisi Perego ha voluto sottolineare che“La complessità dell’attuale scenario economico e politico sta relegando in secondo piano il tema della sostenibilità e, dunque, il suo legame con l’innovazione digitale. In Europa la Commissione europea rimane chiaramente impegnata sul fronte dell’innovazione digitale, ma mostra segnali di rallentamento sulla sostenibilità. E in questo contesto, le imprese italiane continuano a considerare la sostenibilità e l’innovazione digitale pilastri per la competitività, ma sfruttano limitatamente le sinergie positive che possono crearsi tra questi due ambiti”.
Guardando poi nello specifico al ruolo dell’innovazione tecnologica Perego ha voluto sottolineare che “Il digitale può costituire uno strumento per affrontare le sfide globali legate alla sostenibilità, mentre gli obiettivi di sostenibilità dovrebbero guidare, o quanto meno indirizzare, la progettazione e l’utilizzo responsabile delle tecnologie e delle innovazioni digitali. Ma la maggior parte dei progetti di innovazione digitale delle imprese italiane ha un approccio ‘conformista’ alla sostenibilità: spesso l’introduzione di tecnologia, seppur orientata al raggiungimento di obiettivi ESG, è perseguita solo se genera un chiaro ritorno economico o se è necessaria per soddisfare l’adempimento a obblighi normativi. Solo in pochi sembrano essere consapevoli che l’innovazione digitale, se ben governata, possa offrire importanti benefici negli ambiti della sostenibilità ambientale e della responsabilità sociale, arricchendo la prospettiva strategica”.
Oltre il conformismo: digitale come abilitatore
Se poi si torna a prestare attenzione al titolo della ricerca: “Digitale e sostenibilità: una scelta oltre il conformismo”, si dispone di un ulteriore elemento di riflessione in merito alle motivazioni che spingono molte imprese ad adottare ancora un approccio reattivo. Spesso la tecnologia viene introdotta solo se garantisce un ritorno economico immediato o per conformità normativa. E l’invito dell’Osservatorio è proprio quello di aiutare le imprese a promuovere una visione in cui la sostenibilità guidi proattivamente la progettazione tecnologica in una prospettiva di sostenibilità by design.
La maturità delle imprese italiane: nel 63% agiscono con un piano di azione
Entrando nel merito del rapporto tra strategia aziendale, sostenibilità e innovazione la ricerca ha mappato la maturità di un campione di 65 imprese italiane attraverso cinque dimensioni: strategia, organizzazione, cultura, processi e collaborazioni. E la evidenza più importante arriva dal risultato relativo alla rilevanza strategica dei temi ESG che è ormai consolidata e confermata da tre dati tra loro strettamente connessi:
- Il 63% delle imprese possiede un piano d’azione che coinvolge tutte le dimensioni ESG (ambientale, sociale e di governance).
- Il 60% delle aziende ha sviluppato un disegno complessivo di trasformazione digitale.
- In oltre 9 casi su 10, i progetti legati a queste aree sono approvati e sostenuti direttamente dai vertici aziendali.
Sustainability manager e CIO: chi guida la transizione?
Portando poi l’attenzione verso lo scenario delle funzioni aziendali coinvolte si nota che due aziende su tre dispone di responsabili dedicati sia al digitale che alla sostenibilità (sustainability manager) anche se queste figure sono caratterizzate da una significativa disparità nella disponibilità di risorse:
- Digital Innovation: l’85% dei responsabili ha un team di supporto strutturato.
- Sostenibilità: il 63% dispone di un team di sustainability management dedicato.
- Sinergia: Solo il 6% delle imprese ha nominato un responsabile unico per la relazione tra digitale e sostenibilità.
La funzione sostenibilità assume poi diverse posizioni variegate negli organigrammi, riportando al CEO nel 33% dei casi, alle Operations (quando prevale ad esempio l’efficienza energetica o la gestione delle risorse o alla funzione Legale, quando l’enfasi è sulla compliance.
Consumatori e Intelligenza Artificiale: adesso è importante far crescere una reale consapevolezza sull’impatto dell’AI
L’Osservatorio ha poi analizzato la percezione dei cittadini italiani nei confronti della sostenibilità, rilevando una crescente sensibilità ambientale con un un 67% di rispondenti che considera i temi di sostenibilità molto rilevanti oggi, e con una prospettiva di crescita di questa quota all’81% nel momento in cui si guarda al futuro.
La sensibilità ambientale c’è, ma i comportanti non cambiano
Nonostante l’interesse, le azioni concrete sono spesso limitate: il 56% dei cittadini pratica la raccolta differenziata o cerca di ridurre i consumi, ma si sentono ancora poco gli effetti di scelte più strutturali come l’adozione convinta di energie rinnovabili.
Il costo energetico della Generative AI
Giorgia Dragoni, Direttrice dell’Osservatorio, ha portato l’attenzione anche sui “costi ambientali della Generative AI” con una serie di dati relativi al consumo energetico dei chatbot AI. Numeri utili a far crescere una corretta consapevolezza su questi temi pensando ad esempio che una query media a ChatGPT 4.1 consuma circa 8 volte l’energia di una ricerca tradizionale su Google. E il consiglio che arriva dall’Osservatorio è di un uso più consapevole e preparato, ad esempio formulando query strutturate e precise, che riducano i cicli di elaborazione e il relativo spreco energetico.
Semplificazione ed efficientamento, ma le traiettorie non coincidono
In particolare Giorgia Dragoni ha osservato come in questa fase stia “emergendo una chiara volontà di semplificazione ed efficientamento, ma con traiettorie differenti. Sul fronte digitale si registra un progresso deciso verso la costruzione di un ecosistema tecnologico europeo più integrato e competitivo: si investe in infrastrutture digitali strategiche per rafforzare la sovranità tecnologica e la competitività industriale dell’Unione, promuovendo una governance digitale comune e una cooperazione più efficace a livello europeo. Sul versante della sostenibilità, invece, le iniziative appaiono più snelle e orientate al consolidamento del quadro normativo esistente, ma segnano al contempo un ridimensionamento degli obblighi per le imprese”.
Il Contesto Europeo: luci e ombre della normativa
E proprio a supporto di questa considerazione arrivano i dati relativi al 2025, un anno nel quale la Commissione Europea ha promosso 14 iniziative analizzate dall’Osservatorio tra cui investimenti in infrastrutture strategiche (AI, Cloud, Quantum Computing) per rafforzare la sovranità tecnologica e la competitività industriale. E iniziative come il Digital Omnibus on AIche mirano a semplificare i requisiti amministrativi dell’AI Act.
Sostenibilità: diversi segnali di rallentamento
In ambito ESG, si è avviata invece come già osservato una fase di “snellimento” normativo che hsta presentando una serie di criticità. Due su tutte: il pacchetto Omnibus I ha sostanzialmente ridotto il numero di imprese soggette agli obblighi della CSRD e della CSDDD. In secondo luogo la sospensione della Green Claims Directive ha indebolito il contrasto al greenwashing,eliminando l’obbligo di verifica tecnica preventiva delle dichiarazioni ambientali.
Digitale e sostenibilità 2026: le Startup sono al lavoro
Sui temi dell’innovazione l’Osservatorio ha scelto come nel passato di focalizzare l’attenzione anche sul ruolo delle startup e dall’analisi di oltre 1.000 startup digitali attive nel mondo della sostenibilità è emerso il profilo di un mercato dinamico con 4,1 miliardi di dollari di finanziamenti complessivi.
Le tecnologie di riferimento e gli ambiti in cui si concentra il lavoro degli innovatori
- Intelligenza Artificiale e ESG è l’ambito coperto dalla tecnologia più diffusa con un 39% di segnalazioni, seguita da piattaforme eCommerce e robotica.
- Appare poi significativo che il 59% degli impatti generati dal lavoro delle startup si concentrano sulla sostenibilità sociale, con un focus particolare sulla salute e sanità che arrivano al 21%. In particolare attraverso l’uso di dispositivi wearable e analisi dei dati clinici.
- Guardando poi alla dimensione ambientale, le startup si concentrano sull’economia circolaree l’efficienza delle risorse (12%).
Dall’analisi dell’Osservatorio emerge tuttavia che anche le startup risentono gli effetti di un approccio “conformista”, in particolare per la scarsa copertura di temi come la tutela della biodiversità o dei diritti umani per concentrarsi su aree che offrono un ritorno economico immediato.
Esperienze aziendali: digitale e sostenibilità 2026 nelle imprese
Il convegno dell’Osservatorio Digital & Sustainable è stata anche l’occasione per entrare in contatto con le esperienze di importanti aziende che hanno lavorato a progetti pensati per integrare innovazione digitale e transizione sostenibile. digital e green.
Elena Dimichino, Chief Corporate Sustainability Officer di EssiloLuxottica, ha descritto la sostenibilità come un mindset aziendale citando progetti come l’Oasi Barberini dove si è affrontata la riconversione di 40 ettari industriali a Castel Sant’Angelo con un parco fotovoltaico da 25 ettari per alimentare la produzione di lenti. Un progetto più “industriale” è invece legato alla circolarità del Nylon con un impianto pilota ad Agordo che ricicla scarti di produzione per creare nuovi componenti di occhiali o arredi per i negozi. E infine il tema della formazione attraverso la piattaforma “Leonardo” pensata per educare dipendenti e clienti ottici sui temi ESG.
Alice Guerini, Head of AI Factory di A2A, ha a sua volta illustrato la nascita di A2A Life Ventures. Nel suo intervento la manager ha spiegato come il Gruppo vede l’innovazione come un centro di ricavo, sviluppando servizi AI sia per le business unit interne che per il mercato. E un punto chiave di questa visione è rappresentato dall’uso di Small Language Models, modelli specializzati che consumano meno energia rispetto ai Large Language Models garantendo performance elevate su task specifici.
L’importanza di finanziare la transizione tripla
Con CDP si poi affrontato il tema della Triple Transition grazie all’intervento di Concetta Testa, Head of Sustainability di CDP, che ha sottolineato il ruolo dell’innovazione come leva per la transizione climatica, sociale e di sicurezza. In questo senso gli esempi concreti di questa transizione includono il finanziamento per la digitalizzazione delle reti idriche a Napoli per ridurre gli sprechi e il supporto a STM Microelectronics per il raddoppio produttivo a Catania, strategico per la sovranità tecnologica europea.
Portando lo sguardo sui temi della rendicontazione Paolo Magni, Innovation & ESG Manager del Gruppo Enercom, ha raccontato come la necessità di reporting sia diventata uno strumento per “guardarsi dentro con curiosità”. A questo proposito Enercom ha sviluppato un ESG Assistant basato su AI per rendere accessibile il know-how normativo ai dipendenti e ha utilizzato l’analisi dei dati per elettrificare la flotta aziendale, scoprendo che 96 auto su 110 potevano essere sostituite immediatamente con veicoli elettrici.
Guardando al futuro per digitale e sostenibilità 2026 la sfida è nella capacità di disintermediare il trade-off
Mario Calderini, Professore Ordinario di Management for Sustainability and Impact al Politecnico di Milano, ha invitato ad alzare lo sguardo verso il futuro assumendo un atteggiamento nuovo rispetto al passato.
Dopo aver criticato il “cherry picking” degli ultimi 20 anni, quando le imprese hanno colto solo quelli che definisce come i “frutti bassi” della sostenibilità, vale a dire gli obiettivi che in qualche modo presentano già un naturale allineamento tra la riduzione dell’impatto e un potenziale profitto economico. Come nel caso dell’efficienza energetica o come nei tanti casi di ottimizzazione e miglioramento nella gestione delle risorse e nella riduzione degli sprechi. Per Calderini la vera sfida per una reale strategia di sostenibilità deve essere nella capacità di cogliere i “frutti alti“, dove, in condizioni normali, il rapporto tra profittabilità e impatto sociale non si risolve “naturalmente” ma dove occorre portare il valore dell’innovazione, a diversi livelli.
Il digitale come abilitatore di una sintesi tra impatto e profittabilità
In questa visione del rapporto tra digitale e sostenibilità 2026 il ruolo dell’innovazione non si deve fermare al miglioramento dell’efficienza, ma deve dimostrare tutta la sua capacità di “disintermediare il tradeoff“. Ad esempio, un’assicurazione può rifiutare una polizza vita a un diabetico cronico per massimizzare il profitto; ma, al contrario, facendo leva sulla capacità di innovazione e utilizzando i wearable devices e l’analisi predittiva, può gestire il rischio e rendere quel servizio profittevole, raggiungendo un obiettivo sociale altissimo.
Per Calderini, in conclusione “Senza un uso vero e intensivo della tecnologia e dei processi di innovazione rischiamo di continuare a gestire la sostenibilità in modo superficiale e senza sfruttare il suo potenziale trasformativo“.
Digitale e sostenibilità 2026: i risultati delle analisi precedenti
ESG360 segue sin dall’inizio i lavori dell’Osservatorio Digital & Sustainable del Politecnico di Milano. In particolare ha seguito l’avvio dell’Osservatorio con il suo impegno nel focalizzare la ricerca sul rapporto tra innovazione e sostenibilità.
Aveva poi seguito l’edizione 2025 quando dalla ricerca sono emersi risultati interessanti relativamente ai segnali provenienti dalle grandi imprese in accelerazione e le PMI più in ritardo.
In questa sede è poi utile ricordare anche un altro report degli Osservatori che permette di comprendere meglio il fenomeno e che arriva dai dati sull’AI in Italia 2025: che mostrano una crescita importante tra sfide etiche e sostenibilità.
FAQ: digitale e sostenibilità
Qual è la differenza tra digitalizzazione e trasformazione digitale nel contesto della sostenibilità?
La digitalizzazione e la trasformazione digitale sono concetti spesso confusi ma fondamentalmente diversi. Mentre la digitalizzazione si riferisce principalmente alla conversione di processi analogici in digitali, la trasformazione digitale rappresenta un cambiamento più profondo che ridefinisce modelli di business e strategie organizzative. Nel contesto della sostenibilità, questa distinzione è cruciale: la trasformazione digitale è una ‘rivoluzione di senso’ che permette di utilizzare il digitale come strumento di sviluppo sostenibile, integrando obiettivi ambientali, economici e sociali. Non si tratta solo di ottimizzare processi esistenti, ma di ripensarli completamente in un’ottica sistemica che allinea l’innovazione tecnologica con gli obiettivi dell’Agenda 2030. La vera trasformazione digitale sostenibile implica un cambio di paradigma che va oltre l’adozione di tecnologie, coinvolgendo aspetti operativi, strategici e teorici con implicazioni significative per organizzazioni e società.
Come si definisce il concetto di sostenibilità digitale e quali dimensioni comprende?
La sostenibilità digitale è un concetto ampio che esplicita il ruolo sistemico della tecnologia nel raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile. Essa comprende due aspetti fondamentali: da un lato, il digitale come strumento di supporto per perseguire gli obiettivi di sostenibilità; dall’altro, come elemento da indirizzare attraverso criteri di sostenibilità stessi. Contrariamente alla percezione comune che riduce la sostenibilità alla sola dimensione ambientale, il concetto abbraccia tre dimensioni interconnesse: ambientale, economica e sociale. Questa visione olistica riconosce che la sostenibilità non è semplicemente una questione di riduzione dell’impatto carbonico delle tecnologie, ma richiede una valutazione più ampia che consideri anche gli impatti economici e sociali. Come evidenziato dalla Fondazione per la Sostenibilità Digitale, questo approccio integrato è essenziale per sviluppare strategie economiche e politiche efficaci che rispettino l’ambiente mentre promuovono l’inclusione sociale e lo sviluppo economico sostenibile.
Quali sono i principali indicatori per misurare la sostenibilità digitale?
Per misurare efficacemente la sostenibilità digitale sono stati sviluppati diversi indicatori e framework. Tra questi, il Digital Sustainability Index (DiSI), elaborato dalla Fondazione per la Sostenibilità Digitale, rappresenta uno strumento chiave che valuta la sostenibilità digitale di individui, territori e progetti. Questo indice si articola su tre sotto-indici principali: consapevolezza (conoscenza dei concetti di sostenibilità), competenza (capacità di utilizzare strumenti digitali per obiettivi sostenibili) e comportamento (azioni concrete intraprese). Ciascuno di questi è misurato a livello individuale, territoriale e di progetto. Nel 2023 è stata inoltre rilasciata la Prassi di Riferimento UNI 147 “Sostenibilità Digitale” che definisce i principali Key Performance Indicator utili a comprendere il livello di sostenibilità di un progetto di trasformazione digitale. Per analisi più specifiche a livello territoriale, vengono utilizzati anche gli indici BEST prodotti da ISTAT, selezionati in base alla loro correlazione con la “digitainability” (combinazione di digitalizzazione e sviluppo sostenibile), utilizzando metodologie come la teoria dei posets per classificare territori e valutare l’efficacia delle strategie di digitalizzazione.
In che modo l’automazione contribuisce alla sostenibilità ambientale?
L’automazione rappresenta un pilastro fondamentale per la sostenibilità ambientale nel settore industriale e manifatturiero. I sistemi automatizzati, integrati con tecnologie IT/OT e intelligenza artificiale, permettono di ottimizzare i consumi energetici, ridurre gli sprechi di materiali e minimizzare le emissioni inquinanti. Attraverso supervisori di processo, Edge Computing e Machine Learning, le aziende possono monitorare in tempo reale i parametri produttivi, correlando l’uso dell’energia ai parametri di processo e ottenendo analisi quantitative dettagliate. I sistemi robotizzati consentono di ottimizzare l’uso di materiali, ridurre gli scarti di produzione e garantire una maggiore precisione nei processi, contribuendo significativamente alla riduzione dell’impronta ambientale. Inoltre, l’automazione facilita l’implementazione di modelli di economia circolare, consentendo il tracciamento preciso dei materiali e supportando strategie di riuso, riciclo e rigenerazione. Nel bilancio complessivo, i benefici ambientali ottenibili attraverso l’automazione – come la riduzione degli scarti, il minore impiego di attrezzature ausiliarie e una logistica più efficiente – superano ampiamente i costi energetici necessari per alimentare i sistemi automatizzati, dimostrando come il digitale possa essere un fattore determinante per orientare il miglioramento della sostenibilità.
Come la digitalizzazione sta trasformando la logistica in ottica sostenibile?
La digitalizzazione sta rivoluzionando profondamente il settore logistico, coniugando efficienza operativa e sostenibilità ambientale. Grazie all’implementazione di tecnologie digitali avanzate, la logistica sta evolvendo verso sistemi integrati e interconnessi dove i dati diventano il fulcro delle operazioni. In Italia, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha destinato 175 milioni di euro alla digitalizzazione della logistica, finanziando l’adozione di tecnologie che potenziano l’efficienza e riducono l’impatto ambientale. Tra le innovazioni più significative troviamo il sistema eFTI (Electronic Freight Transport Information), che permette lo scambio transfrontaliero di informazioni logistiche in formato digitale, e l’eCMR, la versione elettronica della lettera di vettura, che elimina la documentazione cartacea. Questi strumenti, integrati con i Port Community Systems, facilitano la gestione delle operazioni portuali e promuovono l’intermodalità, ottimizzando i tempi di consegna e riducendo le emissioni di CO2 grazie a una pianificazione più precisa dei percorsi. La completa dematerializzazione dei documenti, resa possibile dall’integrazione di diverse soluzioni tecnologiche e dalla standardizzazione delle strutture dei dati, porta a un miglioramento radicale dei processi logistici e a una significativa riduzione dell’impatto ambientale, rendendo il settore più resiliente e flessibile.
Qual è l’impatto reale del digitale sull’ambiente e come si può misurare?
L’impatto ambientale del digitale è concreto e misurabile, contrariamente all’immagine di leggerezza e immaterialità spesso associata alle tecnologie. Ogni processo digitale ha una base fisica, un consumo energetico e un ciclo di vita che genera un’impronta ecologica. Ad esempio, i data center che ospitano il cloud sono costituiti da server, cavi e sistemi di raffreddamento con consumi energetici significativi. Anche dispositivi come gli smartphone contengono materiali rari la cui estrazione, lavorazione e smaltimento comporta costi ambientali rilevanti. Per valutare correttamente questo impatto è indispensabile utilizzare un’analisi di ciclo di vita (Life Cycle Assessment, LCA) che consideri l’intero percorso: dall’estrazione delle materie prime alla produzione, dall’utilizzo fino allo smaltimento. Tuttavia, è fondamentale confrontare sempre questi impatti con le alternative tradizionali: ad esempio, se un’email genera 10-20 grammi di CO₂, una lettera cartacea ne produce almeno dieci volte tanto. Particolarmente critica è la gestione dei rifiuti elettronici, che ammontano a oltre 50 milioni di tonnellate annue globalmente. La valutazione della sostenibilità digitale richiede quindi metriche condivise e standard che permettano di uniformare i modelli di misurazione, considerando gli impatti sia ambientali che economici e sociali.
Come le aziende stanno integrando digitale e sostenibilità nei loro modelli di business?
Le aziende più innovative stanno integrando digitale e sostenibilità attraverso una profonda trasformazione dei loro modelli di business, non limitandosi all’adozione di tecnologie ma ripensando completamente le loro strategie operative. Secondo uno studio presentato al World Economic Forum, le aziende che accelerano congiuntamente la transizione digitale e sostenibile hanno una probabilità 2,5 volte maggiore di incrementare i profitti rispetto alle altre. Questa convergenza si basa su sei razionali fondamentali che il digitale offre alla sostenibilità: tracciabilità degli asset lungo il loro ciclo di vita, capacità di analisi e valutazione attraverso intelligenza artificiale e analytics avanzate, politiche di precisione personalizzate, interazione tra attori eterogenei dell’ecosistema, e capacità di modellare sistemi complessi. Aziende come Enel stanno adottando un modello a piattaforma che integra dati, asset fisici e competenze grazie alle tecnologie digitali. Questo approccio consente di sviluppare nuovi workflow intelligenti orientati alla sostenibilità, come l’ottimizzazione delle risorse nei cicli produttivi, la creazione di ecosistemi per scambiare prodotti sostenibili, il monitoraggio delle prestazioni ambientali, la gestione sostenibile della supply chain, e l’innovazione collaborativa per progettare prodotti circolari. L’evoluzione verso questo modello segue tre stadi di maturità: digitalizzazione di base, evoluzione digitale e reinvenzione digitale, quest’ultima caratterizzata da un’architettura di business configurata come un ecosistema di piattaforme interoperabili che superano i confini aziendali.
Quali sono le caratteristiche di un’intelligenza artificiale sostenibile?
Un’intelligenza artificiale sostenibile deve possedere caratteristiche epistemiche ben definite che vanno oltre la semplice efficienza algoritmica. Secondo il Manifesto per la Sostenibilità Digitale dell’Intelligenza Artificiale, un’AI sostenibile deve essere: trasparente nei suoi processi decisionali, permettendo di comprendere come arriva alle conclusioni; tracciabile nelle sue decisioni, consentendo di ricostruire i passaggi logici; contestualizzabile rispetto al dominio di applicazione; verificabile attraverso processi di audit; spiegabile nelle sue scelte; e falsificabile, permettendo di identificare e correggere errori. Queste caratteristiche non mirano a imporre un’etica predefinita agli algoritmi, ma a definire le condizioni affinché i decisori possano comprendere e influenzare consapevolmente il comportamento dei sistemi AI. La sostenibilità dell’AI va inoltre considerata in tutte le sue dimensioni: quella ambientale, relativa al consumo energetico dei modelli; quella economica, legata all’accessibilità e ai costi; e quella sociale, concernente l’inclusività e l’equità. Come evidenziato anche dall’accessibilità dell’AI, è fondamentale che queste tecnologie siano progettate “by design” per essere inclusive e a basso impatto ambientale, evitando che diventino strumenti esclusivi di un’élite globale. La ricerca deve quindi concentrarsi non solo sulle prestazioni, ma anche sulla sostenibilità dei modelli, sviluppando soluzioni più efficienti dal punto di vista energetico e accessibili a un pubblico più ampio.
Qual è il ruolo della Pubblica Amministrazione nella promozione della sostenibilità digitale?
La Pubblica Amministrazione ha un ruolo strategico fondamentale nella promozione della sostenibilità digitale, dovendo guidare il Paese verso un futuro più equo attraverso l’uso consapevole delle tecnologie. Questo ruolo è particolarmente cruciale considerando che, secondo l’Osservatorio, solo un italiano su sei afferma di avere una conoscenza approfondita del concetto di sostenibilità, mentre circa metà della popolazione dichiara una scarsa o nulla comprensione. La PA deve affrontare sfide complesse, come il divario digitale tra piccoli e grandi comuni (oggi più rilevante della frattura Nord-Sud) e il paradosso per cui la capacità di adottare comportamenti sostenibili sembra legata più alla competenza digitale che alla convinzione ideologica ambientalista. Per rispondere a queste sfide, la PA è chiamata a sviluppare programmi formativi trasversali e campagne comunicative efficaci, valorizzando il digitale come leva per l’efficienza e la sostenibilità. Il Piano Triennale per l’Informatica nella Pubblica Amministrazione 2024-2026 dell’AgID riporta infatti il concetto di sostenibilità tra i suoi principi chiave, riconoscendo che la trasformazione digitale, se gestita con visione sistemica, rappresenta uno strumento essenziale per il raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030. La PA deve quindi integrare dimensioni tecnologiche, sociali e ambientali nelle strategie di sviluppo pubblico, replicando e adattando su scala nazionale esperienze virtuose come quelle di Milano, Torino e Bologna, che hanno avviato progetti di smart city che ottimizzano l’uso dell’energia, migliorano la mobilità urbana e semplificano i servizi amministrativi.
Come si può monitorare la ‘digitainability’ a livello regionale e nazionale?
Il monitoraggio della ‘digitainability’ (termine che combina digitalizzazione e sviluppo sostenibile) a livello regionale e nazionale richiede metodologie specifiche e indicatori appropriati. Una metodologia innovativa utilizza gli indici BEST prodotti da ISTAT, selezionati in base alla loro correlazione con la digitainability attraverso strumenti statistici come l’indice alpha di Chronbach. Per la classificazione delle province e regioni, viene applicata la teoria dei posets (insiemi parzialmente ordinati), che consente di creare diagrammi di Hasse e calcolare indici come LPOM0 e LPOMext. Questo approccio si distingue dalle tradizionali valutazioni multidimensionali socio-economiche che si basano su indici composti da medie pesate di indicatori selezionati da esperti. La metodologia dei posets permette di evitare la riduzione unidimensionale del problema, considerando le diverse dimensioni della digitainability in modo più accurato. Tuttavia, i dati attualmente disponibili da ISTAT ed Eurostat presentano limitazioni significative: molti indicatori non sono differenziati a livello provinciale e diverse dimensioni essenziali non vengono monitorate adeguatamente, come la diffusione delle best practices organizzative, gli investimenti in ICT, il personale specializzato in ICT, e gli effetti della digitalizzazione sulla qualità ambientale e sul benessere sociale. Nonostante queste limitazioni, le analisi effettuate hanno evidenziato alcune tendenze importanti, come la maggiore digitalizzazione nell’ambito dell’assistenza sanitaria ospedaliera rispetto ai settori del turismo e dell’agricoltura, suggerendo la necessità di strategie più mirate per questi ambiti.
Quali sono i principali modelli di business che integrano digitale e sostenibilità?
I modelli di business che integrano efficacemente digitale e sostenibilità stanno evolvendo verso un paradigma di piattaforma, che rappresenta non solo un modello digitale ma anche operativo, organizzativo e di business. Questo modello si basa sull’estrazione di valore dai dati e sulla creazione di mezzi di connessione, piuttosto che sul processo di trasformazione dei materiali e sul possesso dei mezzi di produzione. Le piattaforme operano come entità che combinano competenze delle persone, soluzioni digitali, tecnologie produttive e asset materiali/immateriali, con le soluzioni digitali che fungono da elemento di connessione attraverso workflow intelligenti alimentati dai dati. Si possono identificare diversi tipi di workflow intelligenti orientati alla sostenibilità: l’ottimizzazione delle risorse nei cicli produttivi (come nel caso di Loccioni e la sua microgrid energetica); la creazione di ecosistemi per scambiare prodotti sostenibili (esempi sono PV Solar Family e NEO Network di Schneider Electric); il monitoraggio delle prestazioni ambientali (come il Strategic Supplier Carbon Baseline del gruppo Chiesi); la gestione sostenibile della supply chain (come Open-es di Eni e RSBN per i materiali critici); l’innovazione collaborativa per prodotti sostenibili (come Innovation Broker di A2A); la comunicazione del purpose aziendale (come i programmi Creator Space di BASF e Joule di Eni); e la valutazione del capitale naturale (come la soluzione Environmental Profit & Loss di Kering). Questi modelli rappresentano un cambiamento di paradigma: dal controllo delle risorse alla loro orchestrazione, dall’efficienza interna all’efficacia complessiva, dal valore per il cliente al valore per l’ecosistema.

















