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La Repubblica delle Comparse


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L’articolo denuncia il degrado della politica italiana, ridotta a un teatro d’avallamento legislativo per difendere poltrone e privilegi. Tra una maggioranza che governa a colpi di decreti e un’opposizione frammentata, i problemi reali dei cittadini vengono ignorati, mentre l’opinione pubblica resta colpevolmente assuefatta al declino.

Pubblicato il 1 set 2026

Marco Travaglio

Cronista giudiziario, Editorialista



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C’è un momento esatto in cui un Paese smette di essere una democrazia parlamentare e diventa una commedia di serie B, di quelle con le risate registrate in sottofondo per far capire al pubblico quando applaudire. Quel momento è oggi, mentre le aule della Camera e del Senato assistono all’ennesimo valzer delle poltrone, mascherato da «senso di responsabilità verso la nazione».

Il copione è sempre lo stesso, tragicamente usurato. Da una parte abbiamo una maggioranza che governa per decreto legge, scavalcando qualunque dibattito democratico e trattando il Parlamento come un timbrificio di corte; dall’altra, un’opposizione così sfilacciata e impegnata in faide interne da far sembrare una riunione di condominio un vertice di geopolitica. Nel mezzo, i soliti “responsabili” a orologeria: parlamentari pronti a cambiare casacca al primo soffio di vento, guidati non da un’idea di Paese, ma dal terrore di veder finire anticipatamente la legislatura e con essa il vitalizio.

Mentre nei palazzi del potere ci si scambia promesse di sotto-segretariati e nomine negli enti pubblici, fuori dal Palazzo la realtà presenta il conto. L’inflazione mangia gli stipendi dei lavoratori, le liste d’attesa nella sanità pubblica somigliano sempre più a schedine del lotto e le infrastrutture cadono a pezzi. Ma di questo, nelle dichiarazioni a reti unificate dei nostri onorevoli, non c’è traccia. Ci sono solo i dossieraggi incrociati, le dichiarazioni ad alzo zero da talk-show e le immancabili promesse di riforme «epocali» che durano lo spazio di un mattino.

Il vero dramma non è nemmeno la classe politica in sé, ma l’assuefazione generale. Abbiamo trasformato la politica in un tifo da stadio, dove non si giudicano più i fatti, le carte giudiziarie o i bilanci dello Stato, ma la simpatia del capopopolo di turno. Fino a quando i cittadini continueranno a tollerare che la cosa pubblica sia amministrata con la stessa etica di un banco del lotto, non potremo lamentarci del risultato. E il risultato, purtroppo per noi, è sotto gli occhi di tutti.

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